Laura ha 41 anni e lavora da tempo per una nota azienda produttrice di apparecchi elettronici. A Febbraio del 2010 le arriva una proposta dalla Direzione: si tratterebbe di andare a Shangai per 6 mesi in qualità di quadro aziendale. Prendere una decisione non è facile: Laura è sposata e ha una casa, un cane e una vita in Italia. Non sa che cosa fare; alla fine, grazie anche al supporto morale del marito, decide di partire e di affrontare questa esperienza.
Ai primi di Marzo si trasferisce a Shangai. In Cina quasi nessuno parla inglese e per lei è veramente difficile adattarsi e instaurare rapporti con la gente, quindi durante il primo mese non fa altro che andare in ufficio a lavorare, per poi tornare a casa e mettersi a chattare con i “contatti italiani”, ma non è abbastanza: Laura si sente sola e spaesata, straniera in terra straniera. Una sera, in preda alla noia, digita delle parole su Google e s’imbatte in un blog italiano: VIVI SHANGAI, dove trova informazioni in tempo reale: “stasera aperitivo con spritz al Wine Bar” e indirizzo del locale. Si arma di coraggio e decide di andarci. Appena entrata tutti si voltano a salutarla: “Ciao, da dove vieni?”. Così inizia la sua amicizia con alcuni italiani che, come lei, si trovano a Shangai per i più svariati motivi e finalmente non si sente più sola in un mondo estraneo.
Il Wine Bar d’ora in poi sarà il suo porto franco in Cina. Con i suoi nuovi amici può confrontarsi e parlare delle sue impressioni e delle difficoltà incontrate, come il problema della lingua, del rinnovo del visto, delle scritte indecifrabili al supermercato, ecc. Insomma: riesce a condividere quelle problematiche che i suoi cari in Italia non possono comprendere.
Oggi Laura è tornata a Milano, ma ha conservato alcune amicizie con le persone conosciute a Shangai e con cui sente di aver condiviso esperienze e sensazioni importanti. Tuttora mantiene i contatti con loro. In particolare con Serena, la barista del Wine Bar, si è creato un rapporto intimo e forte: tra un mese verrà in Italia e sarà ospite a casa sua. “Meno male che quella sera presi la decisione di andare a quell’aperitivo!”, mi dice soddisfatta. Poi controlla l’orologio e calcola la differenza di fuso orario: vuole farmi conoscere Serena, così accende il computer e si mette on line, video-parleremo via Skype con lei.
Erika Rivolta
sabato 20 novembre 2010
lunedì 15 novembre 2010
come fare la ricerca sui tutorial
ciao a tutti. posto qui una domanda di Federico Giudici con la mia risposta. Credo che possa interessare molti di noi, dato che la domanda di Federico solleva una questione metodologica importante su come si fa antropologia dei media. Ho provato a dare i miei suggerimenti metodologici.
pv
Salve, grazie per l'invito all'iscrizione nel blog. Volevo chiederle un consiglio. Le parlo a nome del gruppo di studenti impegnati nello svolgimento di una mini etnografia riguardante i tutorial. Il nostro dubbio è su come impostare la ricerca, se osservare un tutorial dall'interno oppure cercare di contattare degli utenti e dei creatori di tutorial (cosa che riteniamo sia migliore per quanto ci sia la difficoltà di trovare utenti disposti a farsi intervistare). Lei ha qualche suggerimento che possa servirci come spunto di riflessione per dare avvio alla ricerca in questione?
La ringrazio per la disponibilità e le auguro una buona serata
federico giudici
Caro Federico,
pv
Salve, grazie per l'invito all'iscrizione nel blog. Volevo chiederle un consiglio. Le parlo a nome del gruppo di studenti impegnati nello svolgimento di una mini etnografia riguardante i tutorial. Il nostro dubbio è su come impostare la ricerca, se osservare un tutorial dall'interno oppure cercare di contattare degli utenti e dei creatori di tutorial (cosa che riteniamo sia migliore per quanto ci sia la difficoltà di trovare utenti disposti a farsi intervistare). Lei ha qualche suggerimento che possa servirci come spunto di riflessione per dare avvio alla ricerca in questione?
La ringrazio per la disponibilità e le auguro una buona serata
federico giudici
Caro Federico,
io credo che la sua domanda sollevi anche un'importante questione metodologica della ricerca antropologica sui media. "prima dei media" (prima cioè che gli antropologi cominciassero ad occuparsene) gli antropologi hanno vissuto un po' con la romantica certezza di dover essere i responsabili della produzione del loro dato etnografico. L'antropologo andava "sul campo" e con colloqui, interviste e osservazione partecipante raccoglieva il corpus della sua ricerca. Alcuni studiosi particolarmente attenti potevano aggiungere "le fonti scritte", ma in sostanza l'idea era che il corpus si creava con la ricerca, che cioè a crearlo fosse il ricercatore sul campo. Con i media la questione si complica, dato che i media, soprattutto nella loro disponibilità attuale di small media di utenza singola producono corpora sterminati di dati dati che PREESISTONO l'arrivo dell'etnografo sul campo. Io direi che non dobbiamo assolutamente trascurare queste fonti già costituite, e che dobbiamo anzi integrarle nei nostri progetti di ricerca attraverso uno spoglio quanto più sistematico.
In pratica, nello studio dei tutorial io vedrei due dimensioni di ricerca da tenere in piedi:
1. Da un lato il lavoro di censimento di quel che c'è in rete (e non solo in rete). Vale a dire cercare di raccogliere e catalogare tutte le forme disponibili sui media di "produzione dell'identità". Il lavoro di schedatura di YouTube va condotto con precisione, dividendo i diversi video per tipologia di utenti (gender e stile proposto) ma anche per tipologia di soggetti proponenti (chi propone il tutorial? Un singolo o un gruppo? Si tratta di un tutorial una tantum o di un progetto più articolato di diversi tutorial? Il tutorial propone la costruzione di un look o di uno stato d'animo?), senza trascurare il fatto che molti tutorial sembrano dominati da una certa ironia: quanto il tutorial si prende sul serio?
1bis A fianco di questo lavoro sui tutorial, credo che si debbano fare delle ulteriori ricerche sui siti dedicati a stili di vita o sottoculture specifiche, per capire quanto sono diffusi e articolati.
1ter Non va trascurata l'analisi dell'interazione dei video/siti con gli utenti: valutare i commenti ai video, le pagine di commento ai siti, cercare insomma di farsi un quadro di come il materiale proposto via web venga fruito effettivamente.
2. Tutta questa prima parte di censimento deve guidare poi la selezione di soggetti da contattare direttamente, per interviste, colloqui, approfondimenti. I soggetti da etnografare devono essere sia nel campo della produzione (videomaker dei tutorial, responsabili dei siti) sia nel campo della fruizione (utenti dei siti particolarmente attivi, commentatori dei video molto loquaci e presenti).
Credo che che solo combinando un lavoro accurato di spoglio del materiale già disponibile con un'etnografia accurata si possa procedere con il lavoro in maniera proficua.
Sentiamoci se ci sono necessità di chiarimento!
Posto questo sul blog, potrebbe servire anche ad altri.
pv
giovedì 11 novembre 2010
La nozione di dono
Ciao a tutti,
posto come promesso una breve sintesi che ho scritto del testo di Caillé, Il Terzo Paradigma, che può essere utile al gruppo che lavora sulla RETE ( ancora non avete comunicato la decisione in merito al vostro nome/tag )per articolare il lavoro di ricerca.
L'autore si interroga sulle condizioni di possibilità dell'azione sociale a partire da una critica serrata del paradigma olistico e di quello fondato sull'individualismo metodologico. Secondo l'autore questi due paradigmi tentano di spiegare unilateralmente la genesi dei rapporti sociali: il secondo facendola derivare dalle decisioni e dai calcoli individuali; il primo dall'influenza della totalità sociale.
Nel tentativo di superare la dicotomia istutita da questi due paradigmi ( sociale/individuale - società/individuo), ed altre a questa strettamente correlati, l'autore propone un terzo paradigma fondato sulla nozione di dono, ovvero sul triplice obbligo di donare ricevere e ricambiare, formulata da M. Mauss nel suo Essai sur le don.
Il dono, in quanto performatore per eccellenza delle alleanze, è ciò che secondo Caillé, spiegherebbe il legame sociale.
" Allaciando rapporti resi determinati dagli obblighi che contraggono con l'allearsi e il donarsi gli uni con gli altri, assoggettandosi alla legge dei simboli che creano e fanno circolare, gli uomini producono simultaneamente la loro individualità, la loro comunità e l'insieme sociale in seno al quale si dispiega la loro rivalità" [pag.48].
L'interesse della proposta di Caillé, in riferimento al nostro lavoro, risiede a mio parere nell'accento che l'autore pone sulla prassi dei legami sociali e sull'invito a ragionare nei termini di interazionismo del dono. Se si considera il dono, DAL PUNTO DI VISTA degli attori sociali, è possibile porre al centro dell'attenzione ( FOCUS) l'interazione concreta tra i soggetti; ovvero il farsi delle relazioni prodotte e presupposte ( ma anche interrotte e/o riformulate) nelle "modalità d'uso" ( DECerteau) del/dei social network/s.
Un prima questione potrebbe essere posta in questi termini:
- quali sono le risorse che circolano (sia in termini materiali che simbolici) tra i membri della rete? = ambito di riflessione ed elementi dinamici delle relazioni
L'invito di Caillé a non ridurre l'azione sociale ad un'istanza ultima, astorica ed atemporale, sia questa il calcolo individuale o l'obbligo derivante da una totalità preesistente, ma di pensarla piuttosto attraverso la nozione di dono, apre lo sguardo ad altre fonti dell'azione umana quali sono quelle, ad esempio, del piacere e della spontaneità.
Una seconda questione si pone a mio parere in riferimeno alla legittimità o meno di considerare le azioni sociali attraverso il social network come doni.
Caillé definisce il dono come prestazione effettuata senza attesa di restituzione determinata. L'accettazione di una mancanza di reciprocità sarebbe, secondo l'autore, l'elemento comune ad altre e più ristrette definizioni del dono che lo finalizzavano alla creazione del legame sociale e ne limitavano la portata alla prestazione di beni e servizi.
Non si danno solo beni e servizi, scrive Caillé, ma anche parole, feste, conferenze, impressioni, colpi, amore, odio, la vita e la morte.
Notiamo qui come tra i doni possibili possiamo trovare molte delle risorse materiali e simboliche che circolano attraverso i social networks.
Una terza questione utile all'analisi è quindi relativa al significato ed alla forma del dono: cosa doniamo, per esempio, quando inviamo a un soggetto una richiesta di amicizia? e quando la accettiamo?
Per ora direi che questi spunti mi sembrano più che sufficenti per avviare una proficua discussione ed un buon orientamento all'analisi del gruppo RETE.
Se riesco posterò più tardi le riflessioni generali - questioni - affrontate a lezione in riferimento all'utilizzo di alcuni spunti dell'opera di Gramsci per un'analisi antropologica dei media in questione.
Sara Bramani
posto come promesso una breve sintesi che ho scritto del testo di Caillé, Il Terzo Paradigma, che può essere utile al gruppo che lavora sulla RETE ( ancora non avete comunicato la decisione in merito al vostro nome/tag )per articolare il lavoro di ricerca.
L'autore si interroga sulle condizioni di possibilità dell'azione sociale a partire da una critica serrata del paradigma olistico e di quello fondato sull'individualismo metodologico. Secondo l'autore questi due paradigmi tentano di spiegare unilateralmente la genesi dei rapporti sociali: il secondo facendola derivare dalle decisioni e dai calcoli individuali; il primo dall'influenza della totalità sociale.
Nel tentativo di superare la dicotomia istutita da questi due paradigmi ( sociale/individuale - società/individuo), ed altre a questa strettamente correlati, l'autore propone un terzo paradigma fondato sulla nozione di dono, ovvero sul triplice obbligo di donare ricevere e ricambiare, formulata da M. Mauss nel suo Essai sur le don.
Il dono, in quanto performatore per eccellenza delle alleanze, è ciò che secondo Caillé, spiegherebbe il legame sociale.
" Allaciando rapporti resi determinati dagli obblighi che contraggono con l'allearsi e il donarsi gli uni con gli altri, assoggettandosi alla legge dei simboli che creano e fanno circolare, gli uomini producono simultaneamente la loro individualità, la loro comunità e l'insieme sociale in seno al quale si dispiega la loro rivalità" [pag.48].
L'interesse della proposta di Caillé, in riferimento al nostro lavoro, risiede a mio parere nell'accento che l'autore pone sulla prassi dei legami sociali e sull'invito a ragionare nei termini di interazionismo del dono. Se si considera il dono, DAL PUNTO DI VISTA degli attori sociali, è possibile porre al centro dell'attenzione ( FOCUS) l'interazione concreta tra i soggetti; ovvero il farsi delle relazioni prodotte e presupposte ( ma anche interrotte e/o riformulate) nelle "modalità d'uso" ( DECerteau) del/dei social network/s.
Un prima questione potrebbe essere posta in questi termini:
- quali sono le risorse che circolano (sia in termini materiali che simbolici) tra i membri della rete? = ambito di riflessione ed elementi dinamici delle relazioni
L'invito di Caillé a non ridurre l'azione sociale ad un'istanza ultima, astorica ed atemporale, sia questa il calcolo individuale o l'obbligo derivante da una totalità preesistente, ma di pensarla piuttosto attraverso la nozione di dono, apre lo sguardo ad altre fonti dell'azione umana quali sono quelle, ad esempio, del piacere e della spontaneità.
Una seconda questione si pone a mio parere in riferimeno alla legittimità o meno di considerare le azioni sociali attraverso il social network come doni.
Caillé definisce il dono come prestazione effettuata senza attesa di restituzione determinata. L'accettazione di una mancanza di reciprocità sarebbe, secondo l'autore, l'elemento comune ad altre e più ristrette definizioni del dono che lo finalizzavano alla creazione del legame sociale e ne limitavano la portata alla prestazione di beni e servizi.
Non si danno solo beni e servizi, scrive Caillé, ma anche parole, feste, conferenze, impressioni, colpi, amore, odio, la vita e la morte.
Notiamo qui come tra i doni possibili possiamo trovare molte delle risorse materiali e simboliche che circolano attraverso i social networks.
Una terza questione utile all'analisi è quindi relativa al significato ed alla forma del dono: cosa doniamo, per esempio, quando inviamo a un soggetto una richiesta di amicizia? e quando la accettiamo?
Per ora direi che questi spunti mi sembrano più che sufficenti per avviare una proficua discussione ed un buon orientamento all'analisi del gruppo RETE.
Se riesco posterò più tardi le riflessioni generali - questioni - affrontate a lezione in riferimento all'utilizzo di alcuni spunti dell'opera di Gramsci per un'analisi antropologica dei media in questione.
Sara Bramani
Etichette:
"proposte e modalità di ricerca",
bibliografia
martedì 26 ottobre 2010
Benvenuti
Ciao a tutti,
anche quest'anno si è deciso di proporre agli studenti del laboratorio di Antropologia Visiva di svolgere le proprie microetnografie sul tema delle nuove tecnologie e di farlo attraverso la mediazione di questo blog.
Le nuove tecnologie non solo, quindi, come oggetto di studio ma anche come strumenti di osservazione e di analisi.
Ieri, nell'ultimo incontro, abbiamo individuato cinque aree tematiche: una per ogni gruppo.
1 - tema delle rete: il legame sociale ( testo di riferimento: Saggio sul dono di M. Mauss, in particolare l'introduzione di M. Aime all'edizione Einaudi del 2002)
2- tema delle rappresentazioni cinematografiche e pubblicitarie relative al tema ( testo di riferimento: S. Hall, Politiche del quotidiano, Il Saggiatore, 2006, in particolare l'articolo " codificazione e decodificazione).
3- I Tutorial: apprendimento formale ed esplicito dell'appartenenza ( "corpus" di riferimento: Prof. Piero Vereni via blog)
4- L'esperienza dello spazio e del tempo ( testo di riferimento: La crisi della modernità, D. Harvey, il Saggiatore, 1993)
5 - L'immaginario: Rappresentazioni e pratiche ( testo di riferimento, Le comunità immaginate di B. Anderson )
Abbiamo svolto inoltre una prima esercitazione ( e raccolta di materiale ) filmando il lavoro di presentazioni delle esperienze soggettive degli studenti con i social networks e cercando di rendere conto - rappresentazione audio - visiva - del carattere condiviso e partecipato dello scambio e della comunicazione all'interno dei singoli gruppi.
Se riuscite, cercate di caricare i video su youtube per i colleghi assenti e di segnalare il link postandolo sul blog.
Noterete che avete la possibilità di intitolare i vostri messaggi sul blog selezionando una delle diverse etichette ( tag ) proposte nelle opzioni post. Utilizzare tag in modo appropriato facilita l'orientamento nello spazio virtuale.
Propongo per ora l'aggiunta di due tag: ( = intitolate in questo modo i vostri mess nello spazio sottostante in cui viene richiesto di inserire l'etichetta del post)
1. esperienze soggettive ( per quanto riguarda i messaggi circa il proprio rapporto ( esperienze e idee - ad oggi - con/sui social networks )
2. oggetto di ricerca ( per scambi, proposte, idee, comunicazioni, etc., sui temi di ricerca proposti)
Un grazie sentito al Prof. Vereni per consentirci di utilizzare questo prezioso strumento di comunicazione, osservazione ed analisi e per il suo post con l'interessante proposta e presentazione del tema TUTORIAL che ho selezionato come oggetto di ricerca.
Buon lavoro a tutti
Sara Bramani
anche quest'anno si è deciso di proporre agli studenti del laboratorio di Antropologia Visiva di svolgere le proprie microetnografie sul tema delle nuove tecnologie e di farlo attraverso la mediazione di questo blog.
Le nuove tecnologie non solo, quindi, come oggetto di studio ma anche come strumenti di osservazione e di analisi.
Ieri, nell'ultimo incontro, abbiamo individuato cinque aree tematiche: una per ogni gruppo.
1 - tema delle rete: il legame sociale ( testo di riferimento: Saggio sul dono di M. Mauss, in particolare l'introduzione di M. Aime all'edizione Einaudi del 2002)
2- tema delle rappresentazioni cinematografiche e pubblicitarie relative al tema ( testo di riferimento: S. Hall, Politiche del quotidiano, Il Saggiatore, 2006, in particolare l'articolo " codificazione e decodificazione).
3- I Tutorial: apprendimento formale ed esplicito dell'appartenenza ( "corpus" di riferimento: Prof. Piero Vereni via blog)
4- L'esperienza dello spazio e del tempo ( testo di riferimento: La crisi della modernità, D. Harvey, il Saggiatore, 1993)
5 - L'immaginario: Rappresentazioni e pratiche ( testo di riferimento, Le comunità immaginate di B. Anderson )
Abbiamo svolto inoltre una prima esercitazione ( e raccolta di materiale ) filmando il lavoro di presentazioni delle esperienze soggettive degli studenti con i social networks e cercando di rendere conto - rappresentazione audio - visiva - del carattere condiviso e partecipato dello scambio e della comunicazione all'interno dei singoli gruppi.
Se riuscite, cercate di caricare i video su youtube per i colleghi assenti e di segnalare il link postandolo sul blog.
Noterete che avete la possibilità di intitolare i vostri messaggi sul blog selezionando una delle diverse etichette ( tag ) proposte nelle opzioni post. Utilizzare tag in modo appropriato facilita l'orientamento nello spazio virtuale.
Propongo per ora l'aggiunta di due tag: ( = intitolate in questo modo i vostri mess nello spazio sottostante in cui viene richiesto di inserire l'etichetta del post)
1. esperienze soggettive ( per quanto riguarda i messaggi circa il proprio rapporto ( esperienze e idee - ad oggi - con/sui social networks )
2. oggetto di ricerca ( per scambi, proposte, idee, comunicazioni, etc., sui temi di ricerca proposti)
Un grazie sentito al Prof. Vereni per consentirci di utilizzare questo prezioso strumento di comunicazione, osservazione ed analisi e per il suo post con l'interessante proposta e presentazione del tema TUTORIAL che ho selezionato come oggetto di ricerca.
Buon lavoro a tutti
Sara Bramani
lunedì 11 ottobre 2010
Outsourcing identity
RIPUBBLICO QUI un post che ho pubblicato la settimana scorsa sul mio blog. Forse può essere utile per introdurre qualche discussione sul rapporto tra identità e nuove forme di comunicazione.
pv
Lunedì scorso, 4 ottobre, cinque mie studentesse hanno presentato ai loro colleghi le relazioni sulle loro “ricerche etnografiche” (lo scrivo tra virgolette perché si tratta di abbozzi, di primi passi, a volte quasi di parodie di etnografie, a me serve per farle confrontare con la metodologia dell’osservazione partecipante, non pretendo che con 12 cfu di antropologia culturale, gli unici della loro formazione, ne escano etnografe fatte e finite).
Eppure, grazie comunque al lavoro diretto, “sul campo”, ricavo sempre spunti importanti di riflessione da queste presentazioni dei miei studenti.
Alessandra Romaniello ha presentato il suo lavoro su YouTube come nuovo “maestro unico” dell’identità (ci torno più avanti). Elisa Pedanesi ci ha raccontato il suo lavoro sulla trasmissione del sapere nell’era degli archivi elettronici: come le mamme usano YouTube (e altre fonti audio-video) per insegnare ai figli (spesso alle figlie) le canzoni e le storie dei cartoni animati (giapponesi).
Elisa Gallo ha fatto un accurato shadowing per verificare il rapporto tra identità online e offline, individuando anche forti discrepanze tra le due dimensioni.
Alessia Bendia ha studiato la pagina facebook di “Roma sparita”, e anche grazie a un’approfondita intervista con alcuni degli ideatori della pagina ci ha offerto un quadro attuale di un sentimento meno antico di quel che si crede: la nostalgia.
Clarissa Napoleoni, infine, ha raccontato l’uso di Facebook come fonte di interazione sociale, di malinteso, di comunicazione indiretta. E di pettegolezzo.
Alcuni temi sembrano riproporsi trasversalmente alle ricerche: il culto della memoriaintesa come recupero nostalgico di un passato fortemente idealizzato (Pedanesi e Bendia); lo scollamento tra quel che si percepisce e si rappresenta di sé online e offline (Gallo e Napoleoni); internet come uno spazio sempre più pervasivo nellacostruzione identitaria dei soggetti (tutte le relazioni).
A proposito di quest’ultimo tema, mi sembra particolarmente rilevante un punto posto in evidenza nella relazione di Alessandra Romaniello, vale a dire l’adesione identitaria come pratica di apprendimento esplicito.
Durante le prime lezioni di antropologia culturale, insisto molto sul fatto che “la cultura” è una forma di sapere appreso, che quindi si contrappone a tutto quel (poco) che invece gli uomini sanno fare “per istinto”. La cultura, dico loro con uno slogan, è tutto quel che gli uomini fanno e sanno avendolo imparato, cioè è tutto il sapere non innato.
Appena questo punto è chiaro, però, approfondisco il concetto di “apprendimento”, per far capire a chi si avvicina all’antropologia per la prima volta che imparare non significa necessariamente porsi in un contesto formale (una scuola) dove i ruoli sono chiari (docenti, discenti) e altrettanto chiaro è l’oggetto dell’apprendimento (rosa, rosae, rosae…). Una parte non indifferente di quel che sappiamo e facciamo è in realtàappreso in maniera del tutto informale, vale a dire non sappiamo chi ce l’ha insegnato, quando l’abbiamo imparato, e spesso non sappiamo neppure di saperlo, fin quando un contesto contrastivo non ci costringe a prenderne consapevolezza: dalla lingua (con le sue inflessioni regionali e connotazioni di genere, di classe sociale, di fascia d’età e di livello di istruzione, ad esempio) al “gusto”, vale a dire la consapevolezza di quel che ci piace e non ci piace. A questo punto, senza dirglielo, contrabbando un po’ di Bourdieu, di habitus e di capitale culturale. Solitamente chiamo alla cattedra un paio di studenti e chiedo loro un esempio di musica “bella” e di musica “che fa schifo”, oppure un esempio di abbigliamento “fico” e di abbigliamento “cafone” e così dimostro loro come tutti abbiano le idee piuttosto chiare (pur se non necessariamente in accordo tra loro), eppure non sono assolutamente in grado di raccontarmi dove e da chi hanno appreso quelle competenze.
Detto molto all’incirca, il gusto “libero” (come lo definisce Bourdieu) vale a dire quello che non si impara a scuola (i gusti culinari, lo stile con cui ci vestiamo o arrediamola nostra casa/camera) è una colonna fondamentale della nostra “identità”, e la sua apparente libertà dipende(va) proprio dall’informalità dentro cui era appreso. Avere quellapassione per quel cantante, essere maniaci di quel capo di vestiario, preferire quel cibo e detestare quell’altro, sono sempre state forme di sapere che abbiamo sentito profondamente “nostre” (e quindi fondative della nostra soggettività, produttrici di identità) proprio perché non ci siamo mai resi conto di come e dove le abbiamo apprese. Ora, anche se Bourdieu, tra gli altri, ci ha dimostrato in modo inequivocabile che c’è sempre una correlazione precisa tra specifici gusti supposti “liberi” e specifiche porzioni di classe, anche se insomma la ricerca ci ha dimostrato che siamo ben poco “liberi” in quel che ci piace e non ci piace, contava, dal punto di vista del soggetto “desiderante”, “optante” e “identificante” la convinzione di aver elaborato un proprio gusto senza fare riferimenti a precisi maestri. Certo, i role models sono sempre esistiti ma erano merce a disponibilità estremamente limitata, soprattutto difficili da fruire proprio nel loro ruolo di modelli sociali, sempre distanti, sempre avvolti un’aura sacrale. E, certo, non va dimenticato che il campo sociale si frammenta di fatto in gruppi riconoscibili, in raggruppamenti che gravitano attorno a specifici gusti e pratiche, vale a dire a sottoclassi, a “bande” e gruppi autoidentificati ai quali si accede con diverse modalità e che sono in grado di canalizzare con un certo rigore formale le forme di appartenenza degli adepti, ma in questi casi è ancora il desiderio di socialità (stare nel gruppo) che impone l’adesione identitaria (la “divisa” e i gusti del gruppo) e non viceversa (il bisogno di identità individuale che spinge ad aderire a un gruppo)
Bene, se questo era il quadro canonico, i tutorial che oggi proliferano su YouTube e in generale l’informazione esplicita resa disponibile su Internet sembrano in grado di cambiare la situazione in modo radicale.
Oggi un/a ragazzo/a che voglia appartenere a un gruppo non ha più bisogno di aspettare che il suo “modulo di adesione” sia in ben accetto al gruppo e può invertire le modalità dell’identità semplicemente apprendendo in modo del tutto formale ed esplicito quali siano le regole che fanno di un individuo un rappresentante del gruppo x. Un tale che abbia il desiderio di diventare mod, goth, emo, scene queen, truzzo o qualunque altra forma di identità collettiva, e che “prima di YouTube” era costretto a passare per le forche caudine dell’iniziazione, dell’ingresso fisico nel gruppo (per poi assorbirne in parte per impregnazione i gusti e le modalità di comportamento) oggi può seguire i “tutorial” e i siti dedicati, imparare le lezioni (perché di questo di tratta, di lezioni) per assumere quell’identità in modo del tutto consapevole, vale a dire depauperato dell’aura della “libertà” e della “spontaneità”.
Non so che conseguenze possa avere questo nuovo tipo di apprendimento dell’identità (da largamente informale e non regolato a largamente formalizzato e sottoposto a un codice), ma ho l’impressione che il risultato finale siano identità paradossalmente meno investite emotivamente eppure più nitide nei loro confini. Essere “un capellone” negli anni Sessanta significava una nebulosa molto variegata di comportamenti e di scelte morali, e certo oggi essere un truzzo o un goth non è meno complicato in termini di adesione morale e di pratiche di vite. Essere qualcuno è sempre un’arte raffinata e sottile. Ma la differenza è nello stile didattico, per così dire. Mentre il capellone, che aveva appreso per imitazioni estemporanee, per successivi e cumulativi micro-investimenti emotivi sentiva un’adesione profonda alla sua maschera, che gli scavava dentro l’anima, le identità pret-a-porter disponibili tramite la rete non perdono mai la loro valenza di maschera, tanto meno per chi le porta, che rimane quindi sostanzialmente scollato dal suo involucro esterno, l’unico che mette a disposizione del pubblico. Il capellone, per dire, finiva per non rendersi conto di essere diventatocapellone, e poteva pensare che la capellonitudine fosse la sua vera identità, mentre il truzzo sa benissimo (e il tutorial è lì a ricordaglielo costantemente) che è quel che è solo perché l’ha imparato, e come oggi si mette quella maschera, così domani se ne potrà metter un’altra.
Questa conformazione identitaria “usa-ed-eventualmente-getta” deve basarsi su una costante marcatura delle differenze: mente un capellone, cioè, era più preoccupato di quel che lui poteva fare in quanto capellone, il goth o il mod o il truzzo deve sempre preoccuparsi di tracciare il confine, di mettere i puntini sulle i della propria definizione. Non si contano i post (su YouTube e su siti dedicati) che hanno come unico intento proprio quello di chiarire il punto: questo non è veramente goth, questo non èassolutamente emo, e così via. Del resto, per un’identità di questo tipo, tuttaesternalizzata, tutta demandata a specifiche fonti produttive esterne al soggetto, non c’è via di scampo: si è quel che si definisce di essere. Non si è più per quel che si fa, ma per quel che si dice, e la de-finizione diventa essenziale, costitutiva, l’unica cosa che veramente conta. Conta al punto che invece di provare a costruirne l’alchimia un poco per volta, ognuno a modo suo, la si prende già fatta, già delimitata, pronta per l’uso.
Tutto questo identificarsi mi lascia però un senso di insoddisfazione, come se fosse un modo per ridare vita a un’antica battuta (mi pare di Achille Campanile): se non riuscite a fare la cacca, compratela già fatta.
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lunedì 14 giugno 2010
RESOCONTO SECONDA RILEVAZIONE (Monica Colombo)
Ciao a tutti.
Pubblico il post riguardante la mia rilevazione, svolta esattamente il 6 maggio 2010.
Prima di riportare quelli che secondo me sono stati gli avvenimenti più interessanti dal punto di vista della nostra ricerca, scrivo alcune mie osservazioni.
Per prima cosa, praticare l'attività di shadowing mi ha concretamente fatto capire quanto sia difficile e faticoso essere una ricercatrice in un ambiente estraneo.
Allo stesso tempo però è stata senza dubbio un'esperienza positiva: mi ha dimostrato che l'estraneità è necessaria per la comprensione e inoltre ho potuto constatare che in una situazione come questa, l'autoriflessività scatta quasi in automatico. Di fronte ad un "altro" anche noi ci conosciamo meglio, ci liberiamo da tutti i preconcetti che portiamo addosso e prendiamo distanza da essi. Insomma il nostro essere acritici viene abbandonato.
A mio parere, per conoscere l'altro non è necessario "mettersi nei suoi panni"- cosa per altro impossibile- ma mettere "l'altro dentro noi stessi" perchè è dal contrasto che nasce la conoscenza.
Per ultima cosa preciso che, oltre ad un uso continuato di carta e penna per riportare le mie annotazioni, l'uso della videocamera è stato fondamentale. Credo infatti che la resa visiva della mia attività di shadowing sia maggiormente fruibile agli altri attraverso i video piuttosto che attraverso un mio resoconto verbale. Inoltre le immagini hanno il prezioso vantaggio di mostrare tutto ciò che riguarda la sfera del non verbale il quale influisce moltissimo sulla creazione del significato finale dell'interazione.
Di seguito riporto alcuni momenti della mia giornata con il soggetto:
ORE 9.45
Il mio soggetto arriva con un quarto d'ora di ritardo.
Il nostro appuntamento era fissato presso la sua sede lavorativa.
Rimango positivamente colpita dalla sua estrema educazione.
Mi aveva infatti avvertita telefonicamente che sarebbe arrivata con un quarto d'ora di ritardo. Per scusarsi, mi offre un caffè.
Durante la mattinata, in ufficio, utilizza per tutto il tempo ( dalle 10 a 12.30) i seguenti social networks: facebook, linked-in, twitter, skype, friendfeed.
Skype è il social networks prediletto per comunicare con i suoi collaboratori, anche con la sua segretaria che si trova nell'ufficio a fianco.
Lei stessa è meravigliata da quante persone stiano commentando il suo post pubblicato su friendfeed.. Si tratta infatti di un post ironico: "Effetti collaterali dell' I-Pad: gli uomini cominceranno ad usare il borsello".
Questo post riceve in continuazione commenti scherzosi tanto che il soggetto stesso commenta: " La rete è così: scrivi qualcosa sulla strage del Lambro e nessuno dice niente, scrivi qualcosa di più banale e si scatenano subito i commenti."
Complessivamente durante la mattinata tutte le sue comunicazioni sono avvenute tramite social networks e e-mail.
Non è avvenuta nessuna chiamata: l'uso del cellulare e dell'I-Phone è stato inesistente.
Solamente sul blackbarry le arrivavano gli aggiornamenti di facebook.
ORE 12.30
Usciamo per pranzo. Ci rechiamo nella mensa aziendale.
Durante questa pausa pranzo ho avuto modo di interagire maggiormente con il soggetto.
Parlare liberamente, come fossimo persone qualsiasi che si scambiano due parole per conoscersi meglio, mi è stato molto d'aiuto poichè da questo momento in poi si è sciolto gran parte dell'imbarazzo e ho svolto le mie annotazioni con maggiore tranquillità.
ORE 13.00
Torniamo in ufficio
ORE 15.00
Fino ad ora non era entrato nessuno in ufficio, a parte la segretaria. Ora entra il suo collaboratore.
Da questo momento in poi, per circa trenta minuti, l'attenzione del mio soggetto è rivolta all'I-Pad.
Prende l'I-Pad da un cassetto della sua scrivania e inizia a parlare delle applicazioni che possiede.
Con il suo collaboratore, parla delle applicazioni che la loro Azienda potrebbe inserire su questo strumento.
I due si spostano dall'ufficio e organizzano una mini riunione con altri collaboratori.
ORE 17.30
Dice che ha terminato la maggior parte delle sue attività e che ha tutto il tempo per concedermi un'intervista. Videocamera alla mano, inizio l'intervista che durerà circa venti minuti.
Il soggetto si dimostra molto disponibile ed esauriente verso qualsiasi domanda.
Ciò che più mi colpisce- e che il soggetto stesso sottolinea a più riprese- è che il suo uso assiduo dei social networks non ha comunque le caratteristiche di una dipendenza. Mi dice chiaramente: "Se mi accorgessi di essere dipendente, smetterei subito".
Per il soggetto usare così tanto i social netwtks è sia un piacere che una necessità lavorativa in primis.
ORE 19.30
Ci spostiamo dalla sua sede lavorativa e, con un taxi, arriviamo presso un'altra azienda, dove si svolgerà in focus group a cui il mio soggetto deve assistere per questioni lavorative.
E' un focus group riguardante l'e-commerce.
Lo scopo è sondare- attraverso quanto dicono le dieci persone prescelte nel corso dell'interazione- quale siano le aspettative dei clienti verso il commercio on-line.
ORE 21.30
Termina il focus- group.
Dopo qualche minuto mi congedo dal mio soggetto.
E' stata una giornata molto frenetica ma molto entusiasmante.
Fare ricerca è davvero un'attività stimolante soprattutto quando il soggetto è- come nel mio caso- così interessante sia per la professione svolta ( è una manager e lavora in un'importante testata giornalistica) sia perchè era "adatta" a questo tipo di ricerca.
Il nostro obbiettivo è infatti analizzare il rapporto delle persone con i social networks e questa giornata mi ha offerto notevoli spunti di riflessione.
Ho già avuto modo di condividere questa mia esperienza con i miei compagni di laboratorio ma chiunque abbia qualche commento da proporre... io sono a disposizione!
Buona giornata,
Monica
Pubblico il post riguardante la mia rilevazione, svolta esattamente il 6 maggio 2010.
Prima di riportare quelli che secondo me sono stati gli avvenimenti più interessanti dal punto di vista della nostra ricerca, scrivo alcune mie osservazioni.
Per prima cosa, praticare l'attività di shadowing mi ha concretamente fatto capire quanto sia difficile e faticoso essere una ricercatrice in un ambiente estraneo.
Allo stesso tempo però è stata senza dubbio un'esperienza positiva: mi ha dimostrato che l'estraneità è necessaria per la comprensione e inoltre ho potuto constatare che in una situazione come questa, l'autoriflessività scatta quasi in automatico. Di fronte ad un "altro" anche noi ci conosciamo meglio, ci liberiamo da tutti i preconcetti che portiamo addosso e prendiamo distanza da essi. Insomma il nostro essere acritici viene abbandonato.
A mio parere, per conoscere l'altro non è necessario "mettersi nei suoi panni"- cosa per altro impossibile- ma mettere "l'altro dentro noi stessi" perchè è dal contrasto che nasce la conoscenza.
Per ultima cosa preciso che, oltre ad un uso continuato di carta e penna per riportare le mie annotazioni, l'uso della videocamera è stato fondamentale. Credo infatti che la resa visiva della mia attività di shadowing sia maggiormente fruibile agli altri attraverso i video piuttosto che attraverso un mio resoconto verbale. Inoltre le immagini hanno il prezioso vantaggio di mostrare tutto ciò che riguarda la sfera del non verbale il quale influisce moltissimo sulla creazione del significato finale dell'interazione.
Di seguito riporto alcuni momenti della mia giornata con il soggetto:
ORE 9.45
Il mio soggetto arriva con un quarto d'ora di ritardo.
Il nostro appuntamento era fissato presso la sua sede lavorativa.
Rimango positivamente colpita dalla sua estrema educazione.
Mi aveva infatti avvertita telefonicamente che sarebbe arrivata con un quarto d'ora di ritardo. Per scusarsi, mi offre un caffè.
Durante la mattinata, in ufficio, utilizza per tutto il tempo ( dalle 10 a 12.30) i seguenti social networks: facebook, linked-in, twitter, skype, friendfeed.
Skype è il social networks prediletto per comunicare con i suoi collaboratori, anche con la sua segretaria che si trova nell'ufficio a fianco.
Lei stessa è meravigliata da quante persone stiano commentando il suo post pubblicato su friendfeed.. Si tratta infatti di un post ironico: "Effetti collaterali dell' I-Pad: gli uomini cominceranno ad usare il borsello".
Questo post riceve in continuazione commenti scherzosi tanto che il soggetto stesso commenta: " La rete è così: scrivi qualcosa sulla strage del Lambro e nessuno dice niente, scrivi qualcosa di più banale e si scatenano subito i commenti."
Complessivamente durante la mattinata tutte le sue comunicazioni sono avvenute tramite social networks e e-mail.
Non è avvenuta nessuna chiamata: l'uso del cellulare e dell'I-Phone è stato inesistente.
Solamente sul blackbarry le arrivavano gli aggiornamenti di facebook.
ORE 12.30
Usciamo per pranzo. Ci rechiamo nella mensa aziendale.
Durante questa pausa pranzo ho avuto modo di interagire maggiormente con il soggetto.
Parlare liberamente, come fossimo persone qualsiasi che si scambiano due parole per conoscersi meglio, mi è stato molto d'aiuto poichè da questo momento in poi si è sciolto gran parte dell'imbarazzo e ho svolto le mie annotazioni con maggiore tranquillità.
ORE 13.00
Torniamo in ufficio
ORE 15.00
Fino ad ora non era entrato nessuno in ufficio, a parte la segretaria. Ora entra il suo collaboratore.
Da questo momento in poi, per circa trenta minuti, l'attenzione del mio soggetto è rivolta all'I-Pad.
Prende l'I-Pad da un cassetto della sua scrivania e inizia a parlare delle applicazioni che possiede.
Con il suo collaboratore, parla delle applicazioni che la loro Azienda potrebbe inserire su questo strumento.
I due si spostano dall'ufficio e organizzano una mini riunione con altri collaboratori.
ORE 17.30
Dice che ha terminato la maggior parte delle sue attività e che ha tutto il tempo per concedermi un'intervista. Videocamera alla mano, inizio l'intervista che durerà circa venti minuti.
Il soggetto si dimostra molto disponibile ed esauriente verso qualsiasi domanda.
Ciò che più mi colpisce- e che il soggetto stesso sottolinea a più riprese- è che il suo uso assiduo dei social networks non ha comunque le caratteristiche di una dipendenza. Mi dice chiaramente: "Se mi accorgessi di essere dipendente, smetterei subito".
Per il soggetto usare così tanto i social netwtks è sia un piacere che una necessità lavorativa in primis.
ORE 19.30
Ci spostiamo dalla sua sede lavorativa e, con un taxi, arriviamo presso un'altra azienda, dove si svolgerà in focus group a cui il mio soggetto deve assistere per questioni lavorative.
E' un focus group riguardante l'e-commerce.
Lo scopo è sondare- attraverso quanto dicono le dieci persone prescelte nel corso dell'interazione- quale siano le aspettative dei clienti verso il commercio on-line.
ORE 21.30
Termina il focus- group.
Dopo qualche minuto mi congedo dal mio soggetto.
E' stata una giornata molto frenetica ma molto entusiasmante.
Fare ricerca è davvero un'attività stimolante soprattutto quando il soggetto è- come nel mio caso- così interessante sia per la professione svolta ( è una manager e lavora in un'importante testata giornalistica) sia perchè era "adatta" a questo tipo di ricerca.
Il nostro obbiettivo è infatti analizzare il rapporto delle persone con i social networks e questa giornata mi ha offerto notevoli spunti di riflessione.
Ho già avuto modo di condividere questa mia esperienza con i miei compagni di laboratorio ma chiunque abbia qualche commento da proporre... io sono a disposizione!
Buona giornata,
Monica
martedì 18 maggio 2010
Abstract per call for paper
Ciao a tutti. Grazie a Ambra Zaghetto per il suo ottimo lavoro di rilevazione etnografica, credo che si sarà un bel po' da lavorare con il materiale raccolto.
Vi informo che io e Sara Bramani abbiamo spedito alla rivista Etnografia e Ricerca Qualitativa il nostro abstract per il numero speciale New Groups and New Methods? The Ethnography and Qualitative Research of Online Groups che sarà pubblicato nel 2011. Mi dispiace di non aver fatto circolare la bozza dell'abstract qui sul blog per poterla veramente discutere e concludere assieme, ma i miei tempi sono stati particolarmente ristretti queste settimane (questo semestre, direi) e ho dovuto chiudere limitandomi a fondere le mie idee e quelle di Sara, per rispettare la scandenza del 15 maggio. Spero comunque che siate interessati a partecipare alla stesura dell'articolo, se dovessero accettare la nostra proposta, che vi copio qui sotto.
Il mondo scompare se il computer si rompe? Un esperimento collettivo con le identità e i gruppi online.
Autore proponente: ricercasocialnetworks - Roma Tor Vergata, Milano Bicocca
[Il nome collettivo è quello di un blog (ricercasocialnetworks.blogspot.com) in cui alcuni studenti universitari, coordinati da Piero Vereni (Tor Vergata) e Sara Bramani (Bicocca) stanno lavorando proprio sulla metodologia della ricerca etnografica delle identità (individuali e collettive) aggregate online. Dato che il nostro lavoro è intenzionalmente e non solo ritualmente concepito come “di gruppo” firmiamo questo abstract a nome del gruppo stesso. Se il saggio venisse accettato, nella versione definitiva verranno riportati i nomi dei singoli autori identificando i loro specifici contributi.]
La domanda del titolo, formulata da un sessantenne milanese, è stata raccolta durante la fase etnografica di ricerca sul rapporto tra social networks e senso comune, e riflette molto bene i processi di differenziazione sociale ed economica che le nuove tecnologie contribuiscono a produrre.
In questo saggio intendiamo presentare i risultati di ricerca del gruppo “ricercasocialnetworks”, che discute la propria ricerca attraverso un blog collettivo (ricercasocialnetworks.blogspot.com) e che è nato dall’intento primario di fornire una rappresentazione etnograficamente adeguata di quel complesso fenomeno sociale che va sotto l’etichetta “social networks”, analizzando le configurazioni di significato emergenti attraverso l’engagement dei soggetti con questi nuovi strumenti di socialità.
L’intento del gruppo è quello di superare sul piano della documentazione il livello rigidamente rappresentazionale e linguistico delle survey e offrire invece un’analisi anche delle pratiche di consumo effettivo dei social network.
Per questa ragione, una delle modalità di ricerca attuate è stata quella dello shadowing: il rilevatore affiancava per alcuni giorni (mediamente tre) il soggetto nelle sue pratiche di consumo dei media, inscrivendo queste pratiche dentro la storia di vita raccolta all’inizio della ricerca.
Questa metodologia di ricerca è stata in alcuni casi integrata da riprese audio/video che, una volta montate in un “documentario privato” possono essere discusse assieme al soggetto della rilevazione per incrementare, attraverso il suo feedback, la profondità dell’analisi. Allo shadowing si sono abbinate interviste mirate con soggetti specifici (anziani, giovani) su specifici temi (ricostituzioni offline di gruppi online; relazioni personali online/offline), a loro volta oggetto di discussione nel blog del gruppo.
Parte del materiale videoregistrato (shadowing, interviste, discussioni tra membri del gruppo) è stato montato e postato sul blog, a sua volta commentato per iscritto e con videoposts.
L’utilizzo dei mezzi audiovisivi di registrazione sia nella fase etnografica di ricerca, che in quella della trasmissione e della comunicazione delle conoscenze acquisite sul campo, ci ha consentito di analizzare i media da una prospettiva antropologica, attraverso l’utilizzo dei media stessi come strumenti di analisi.
Il quadro complessivo è quello di una metodologia omogenea al soggetto indagato, vale a dire una struttura d’analisi social per indagare i social networks. In questa chiave d’utilizzo, i mezzi audiovisivi di registrazione e il loro uso attraverso canali online sembrano fornire un contributo prezioso nell’impegno analitico di cogliere il rapporto tra le rappresentazioni a livello mediatico (codifica/decodifica) e le pratiche d’uso a livello del senso comune (la costruzione del sé, gli spazi e i tempi dell’immaginario sociale, le forme e i contenuti delle interazioni sociali).
Vi informo che io e Sara Bramani abbiamo spedito alla rivista Etnografia e Ricerca Qualitativa il nostro abstract per il numero speciale New Groups and New Methods? The Ethnography and Qualitative Research of Online Groups che sarà pubblicato nel 2011. Mi dispiace di non aver fatto circolare la bozza dell'abstract qui sul blog per poterla veramente discutere e concludere assieme, ma i miei tempi sono stati particolarmente ristretti queste settimane (questo semestre, direi) e ho dovuto chiudere limitandomi a fondere le mie idee e quelle di Sara, per rispettare la scandenza del 15 maggio. Spero comunque che siate interessati a partecipare alla stesura dell'articolo, se dovessero accettare la nostra proposta, che vi copio qui sotto.
Il mondo scompare se il computer si rompe? Un esperimento collettivo con le identità e i gruppi online.
Autore proponente: ricercasocialnetworks - Roma Tor Vergata, Milano Bicocca
[Il nome collettivo è quello di un blog (ricercasocialnetworks.blogspot.com) in cui alcuni studenti universitari, coordinati da Piero Vereni (Tor Vergata) e Sara Bramani (Bicocca) stanno lavorando proprio sulla metodologia della ricerca etnografica delle identità (individuali e collettive) aggregate online. Dato che il nostro lavoro è intenzionalmente e non solo ritualmente concepito come “di gruppo” firmiamo questo abstract a nome del gruppo stesso. Se il saggio venisse accettato, nella versione definitiva verranno riportati i nomi dei singoli autori identificando i loro specifici contributi.]
La domanda del titolo, formulata da un sessantenne milanese, è stata raccolta durante la fase etnografica di ricerca sul rapporto tra social networks e senso comune, e riflette molto bene i processi di differenziazione sociale ed economica che le nuove tecnologie contribuiscono a produrre.
In questo saggio intendiamo presentare i risultati di ricerca del gruppo “ricercasocialnetworks”, che discute la propria ricerca attraverso un blog collettivo (ricercasocialnetworks.blogspot.com) e che è nato dall’intento primario di fornire una rappresentazione etnograficamente adeguata di quel complesso fenomeno sociale che va sotto l’etichetta “social networks”, analizzando le configurazioni di significato emergenti attraverso l’engagement dei soggetti con questi nuovi strumenti di socialità.
L’intento del gruppo è quello di superare sul piano della documentazione il livello rigidamente rappresentazionale e linguistico delle survey e offrire invece un’analisi anche delle pratiche di consumo effettivo dei social network.
Per questa ragione, una delle modalità di ricerca attuate è stata quella dello shadowing: il rilevatore affiancava per alcuni giorni (mediamente tre) il soggetto nelle sue pratiche di consumo dei media, inscrivendo queste pratiche dentro la storia di vita raccolta all’inizio della ricerca.
Questa metodologia di ricerca è stata in alcuni casi integrata da riprese audio/video che, una volta montate in un “documentario privato” possono essere discusse assieme al soggetto della rilevazione per incrementare, attraverso il suo feedback, la profondità dell’analisi. Allo shadowing si sono abbinate interviste mirate con soggetti specifici (anziani, giovani) su specifici temi (ricostituzioni offline di gruppi online; relazioni personali online/offline), a loro volta oggetto di discussione nel blog del gruppo.
Parte del materiale videoregistrato (shadowing, interviste, discussioni tra membri del gruppo) è stato montato e postato sul blog, a sua volta commentato per iscritto e con videoposts.
L’utilizzo dei mezzi audiovisivi di registrazione sia nella fase etnografica di ricerca, che in quella della trasmissione e della comunicazione delle conoscenze acquisite sul campo, ci ha consentito di analizzare i media da una prospettiva antropologica, attraverso l’utilizzo dei media stessi come strumenti di analisi.
Il quadro complessivo è quello di una metodologia omogenea al soggetto indagato, vale a dire una struttura d’analisi social per indagare i social networks. In questa chiave d’utilizzo, i mezzi audiovisivi di registrazione e il loro uso attraverso canali online sembrano fornire un contributo prezioso nell’impegno analitico di cogliere il rapporto tra le rappresentazioni a livello mediatico (codifica/decodifica) e le pratiche d’uso a livello del senso comune (la costruzione del sé, gli spazi e i tempi dell’immaginario sociale, le forme e i contenuti delle interazioni sociali).
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